Anche il limite ha il suo perché

Docbbaseballmani iniziano le Paralimpiadi. Leggo sempre più spesso che quando si parla di questi atleti non si dovrebbe parlare di disabilità, ma solo di abilità, perché sono persone che hanno saputo superare i loro limiti raggiungendo risultati al pari di qualunque altro atleta del mondo. Premesso che faccio il tifo per Bebe Vio, che riconosco in lei una grandezza unica, e che sì queste persone hanno superato il loro limite in quella specifica attività, non credo che siano stati superati tutti i limiti. Sì sono ganzi, sono fortissimi, ma restano anche disabili. Alcuni limiti restano, magari solo nella vita privata, fuori dalle piste da corsa o dalle pedane di gioco. Quando si parlava di Pistorius era l’uomo senza limiti, con una bellezza e una velocità assoluta. Ma Pistorius, tolte le protesi e uscito dalla pista e dalle copertine glamour, era un uomo gravemente deformato. Perché le sue non erano solo gambe amputate, ma ricostruite con il tallone in una posizione insolita. Pistorius, nell’intimità, aveva il limite dell’insicurezza. Certo, il caso è un po’ estremo, ma ogni volta che sento che una persona ha superato tutti i suoi limiti nonostante il deficit di partenza, mi viene l’orticaria. Anziché considerare chi da disabile fa sport agonistico come una persona solo abile, sarebbe ora di riconoscere che anche i disabili non sportivi, quelli pigri, o banali, quelli che si barcamenano nel tran tran quotidiano hanno delle abilità. Magari anche una sola abilità ma ce l’hanno. Così come tutti abbiamo i nostri limiti.

Una valigia sempre pronta

Mi è stato chiesto di scrivere alcune righe per il prossimo numero in uscita di HP-Accaparlante, dedicato al tema del viaggio (un numero imperdibile!!). Nel frattempo mi sto anche dedicando a portare avanti un progetto per l’estate, in cui la strada sarà protagonista. In questo periodo ho incontrato persone che pensano che per me viaggiare sia facile, perché in fondo non sono poi tanto disabile (ho una disabilità che non è conosciuta e quindi non compresa), o che pensano che sia matta o che pensano che sia coraggiosa. Ecco quello che penso io.

“Le 406187_4578778352645_217680997_nnostre valigie erano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevamo molta strada da fare. Ma non importava, la strada è la vita”. Così scriveva Jack Kerouac nel suo On the road. Una valigia sempre pronta a essere caricata in auto caratterizza da molti anni la mia vita. Ogni volta partire è una porta da cui si esce per incontrare nuovi luoghi, nuove persone, ma anche nuovi se stessi. Nel viaggio incontro i miei limiti, ne ho conferma di alcuni o ne scopro di nuovi, e allo stesso tempo ritrovo risorse che nella vita quotidiana magari non uso, oppure scopro risorse che mai avrei pensato di avere, oppure semplicemente mi adatto. Di certo un viaggio non lo posso improvvisare. Quando si ha una disabilità motoria le valutazioni di ogni singolo minuto del tragitto vanno studiate a tavolino. Non posso prendere la famosa valigia e semplicemente partire e vedere man mano come va, cambiare percorso, cambiare mezzo di trasporto, dormire in ostello o in campeggio o in un hotel qualunque. Il concetto di qualunque non esiste. Non tutti i mezzi di trasporto sono accessibili per il mio tipo di disabilità, che mi permette di camminare e quindi – paradossalmente – di avere meno assistenza ai trasporti. Il treno ad esempio è inaccessibile, l’aereo è già più comodo. Ma una volta scesa dall’aereo, però, devo sapere con la massima precisione se mi posso spostare con mezzi accessibili, e gli autobus ad esempio, per me, non lo sono. Capire questo da internet richiede molte e molte ricerche. Anche dormire non è qualunque. Mi serve l’ascensore se ci sono più piani (quindi vengono esclusi tutti quei B&B così carini e così caratteristici, ma con scale), oppure devo chiedere se è disponibile una camera a piano terra. L’entrata dell’hotel deve essere accessibile o avere solo pochi gradini col corrimano. Non ci devono essere gradini scomodi per andare a fare colazione. Se sono in auto sarebbe meglio che ci fosse il parcheggio per non rischiare di parcheggiare lontano e fare troppa strada a piedi. Se sono in auto non posso scegliere un hotel nella zona pedonale, ad esempio, che sarebbe più comoda per spostarsi a piedi, ma scomoda per quando si arriva e si devono scaricare i bagagli. Non mi serve necessariamente il bagno per disabili, ma spesso mi sono trovata in hotel con gradini nel bagno o con un dislivello troppo alto da scavalcare per entrare nella doccia con rischio di rovinose cadute. Dormire in un posto non qualunque richiede dei costi più alti di chi può adattarsi a qualunque posto letto. Spostarsi in una città o in un luogo naturalistico non riguarda poi solo i mezzi di trasporto, ma anche la conoscenza di tutte le opportunità, che vanno anch’esse studiate a tavolino. Posso entrare in tutti i musei che mi interessano? (Nel 2016 non è ancora così scontato!). Posso raggiungere un parco naturale protetto dall’Unesco e chiuso al traffico? Ci sono dislivelli nel posto in cui sto andando? Quanto dovrei camminare tra andata e ritorno, un km, due, tre? Quante ore impiego se ho tre km e devo tornare prima che faccia buio, perché magari sono su un sentiero di montagna? E infine, anche quando si è programmato tutto a tavolino e ci si sente pronti, una volta che si arriva nel luogo desiderato ci sono altri ostacoli o inconvenienti che non si potevano prevedere da casa. Ad esempio dove mangiare: non è così scontato che i ristoranti e i bar siano accessibili, o se lo sono che abbiano un bagno comodo. Certo la logica statistica dice che qualche bar o ristorante accessibile ci sia. Ma magari in tutt’altra zona, magari fuori dal centro. E allora anche in questo caso la programmazione riguarda anche il luogo che si sceglie di visitare, e la stagione. Ad esempio a Istanbul ci sono andata in estate, quando sapevo che si poteva mangiare all’aperto e almeno non avrei dovuto lottare con i gradini di tutti i ristoranti e bar di una città che ancora non ha uno sguardo attento alle barriere architettoniche. E ci sono andata con due amiche che mi potevano aiutare nelle ripide salite e discese della città. E ci sono andata in aereo perché un mio collega esperto di disabilità mi aveva assicurato che tutti i tram erano accessibili, e anche se i tram non coprono tutta Istanbul coprono comunque le zone turistiche. Di certo so che non riuscirò a visitare il Perù, per esempio, o che in Perù troverei davvero una quantità di gradini molto complessa. Di certo prediligo il nord Europa, dove da molti più anni la diversità è entrata nella quotidianità ed è normale installare una rampa in qualunque luogo pubblico. E di certo prediligo spostarmi con la mia auto, che ha degli adattamenti appositi per me e mi garantisce più sicurezza.
Poi, ogni tanto, ci sono anche quei momenti in cui la programmazione viene soppiantata dalla follia, quando quella valigia sempre pronta a partire ti spinge a provare e vedere come va, e se proprio non va si torna indietro. Così per esempio un anno sono andata da sola in Normandia e Bretagna, in auto partendo da Bologna. Non era il mio primo viaggio in auto lungo, ma era la prima volta che mi trovavo da sola per così tanti km e così tanti giorni (due settimane). A volte mi chiedo se da quel viaggio sono mai davvero tornata, una parte di me è rimasta là per sempre. Un po’ per la bellezza dei luoghi, un po’ per le persone incontrate, un po’ per come sono riuscita a fare tutto quello che un viaggiatore normale fa in Normandia e Bretagna. Ovviamente grazie alla Francia, che anche nei luoghi più impervi aveva organizzato navette accessibili per disabili e sentieri adattati. Ma anche grazie ai consigli delle persone, che si incuriosivano dal mio essere disabile e viaggiare da sola. Avevo visto in foto tanti luoghi famosi di quelle regioni, come le scogliere dipinte da Monet. E mentre guidavo verso la Normandia mi chied417432_4546637069133_206846514_nevo cosa sarei riuscita a vedere io, pensavo quasi niente in realtà. E più passavano i giorni e più vedevo tutto quello che conoscevo dalle foto, più avevo la carica di continuare a buttarmi e andare avanti. Non è una sfida ai limiti, perché quando provare a superare i limiti mette in pericolo la mia salute allora mi fermo. Non voglio andare oltre a quello che posso fare, ma è uno scoprire che posso fare – laddove l’ambiente o il contesto lo permettono – molto di più di quello che esiste nella mia vita quotidiana tra casa e ufficio.
Dopo quel viaggio ho continuato a viaggiare da sola, diciamo che alterno momenti in compagnia e momenti in cui mi piace essere tra me e me. La gente mi dice che sono coraggiosa. In realtà ho una grande fortuna: mi piace guidare e non mi stanco a guidare. Appena scendo dal mio piccolo mondo costruito dentro un’automobile, sono di nuovo disabile e non so mai cosa incontrerò e se ce la farò. Ci provo. E per riuscire, a volte, ho dovuto mentire. Perché quando sei disabile, anche se vieni educato all’autonomia, in realtà sei considerato comunque sempre piccolo, indifeso, fragile, incapace a essere veramente autonomo. Viaggiare? È complicato, dove vuoi andare? Viaggiare da solo? È impossibile. La prima volta che ho viaggiato con i miei amici senza mia madre avevo già 21 anni, e abbiamo semplicemente fatto una gita in giornata da Bologna a Urbino e ritorno, per seguire un professore che insegnava in entrambe le Università e che amavamo molto. Quando dissi a mia madre che volevo andare a Urbino in giornata non fu affatto d’accordo, disse che non dovevo guidare io (che mi sarei stancata secondo lei, mi sarei addormentata al volante e creato un incidente di proporzioni gigantesche) ma che potevo andare in auto con altri. Mi faceva ridere che si sentiva più sicura se andavo in auto con persone di cui non conosceva le capacità di guida piuttosto che lasciarmi con la mia auto. Ovviamente andammo con la mia auto e fu solo il primo di innumerevoli viaggi. D’altronde… “la strada è la vita”.

[In anteprima dal nuovo numero di HP-Accaparlante sul viaggio, di prossima pubblicazione]

Bisogna essere madri per essere anche donne?

Non hopapere mai desiderato avere figli. Nel senso: la mia realizzazione personale non passa dall’avere un bambino, come invece succede ad alcune mie amiche, che non si sentono donne complete se non partoriscono.
Probabilmente dipende tutto dal fatto che la mia vita è iniziata molto più tardi rispetto alle mie coetanee. Data la mia disabilità motoria, in famiglia non volevano che uscissi da sola con gli amici senza mia madre che mi accompagnasse (e mi aiutasse in caso di bisogno. Guai a fidarsi dell’aiuto degli amici!); non andavo in vacanza con le amiche e i loro genitori; non andavo a campi estivi; non potevo andare in giro per negozi di sabato pomeriggio perché senza mia madre che mi portasse con l’auto era impossibile; all’Università non potevo fare gite con la mia auto, guidando io; eccetera eccetera. Se sommo tutto quanto, posso dire che la mia vera vita è iniziata a 28 anni, un’età in cui si potrebbe già mettere in cantiere l’ipotesi di diventare genitore. Ma io iniziavo l’adultità, come potevo pensare di “sacrificare” il mio tempo per un neonato? Inoltre, proprio a quell’età, un ospedale bolognese mi chiamò per un test del DNA e scoprii che la mia malattia è trasmissibile geneticamente al 50%, una percentuale talmente alta che mi ha fatto desistere ancora di più dall’idea di procreare.
Ovviamente in famiglia un’eventuale maternità non è mai stata citata: mentre le mie coetanee si sentivano dire “adesso quando anche tu avrai un figlio…”, io sentivo la pressione di evitare assolutamente l’argomento (non fosse mai che mi venisse la voglio di fare un figlio!). I bambini, anche degli altri, non potevo neppure toccarli (caso mai mi cadessero! Anzi… una mia zia pensa che i disabili portino sfiga e quindi se non toccano un neonato è meglio! Mah…).
Nel mondo esterno però, io ero una donna adulta con l’età di essere madre, e quindi spesso la gente mi chiedeva se avevo figli e se dicevo di no mi si rispondeva “fai ancora in tempo”. A volte le persone provavano anche la carta del senso di colpa verso mio padre, che era rimasto vedovo: “tuo padre migliorerebbe come carattere se avesse un nipotino da portare a spasso”.
Mi dicevo sempre: arriveranno i 40 anni e oltre, e la gente smetterà di insistere su un mio probabile figlio, semplicemente le persone prenderanno come dato di fatto che non ne ho e che ormai è andata così.
Pensavo ci fosse un’età in cui potermi “liberare” della questione essere madre/non essere madre.
E invece no.
Perché ora, a 42 anni suonati, il fatto di non essere madre diventa automaticamente anche: non puoi sapere cosa significa amare incondizionatamente; non puoi sapere cosa significa la pazienza; non puoi sapere cosa significa prendersi cura degli altri; non puoi sapere cosa significa essere preoccupati per qualcun altro; non puoi sapere cosa significa essere orgogliosi per qualcun altro.
Beh mi dispiace ma queste peculiarità appartengono a tutti gli esseri umani, uomini e donne, e non solo alle madri, e non solo ai genitori.
E per fortuna che ho “l’alibi” della disabilità: in molti pensano che non ho avuto figli perché da disabile è difficile trovare un partner; perché da disabile è difficile portare a conclusione una gravidanza; perché magari la mia malattia prevede la sterilità.
Quando scoprono che no, non sono sterile, e che sì, è stata una scelta totalmente consenziente, allora non solo non posso conoscere le peculiarità citate prima, ma non posso nemmeno considerarmi una donna. Resto una disabile, magari anche un po’ scellerata.

L’autonomia è finita nella spazzatura

Sono iscritta a un grcontenitori_per_raccolta_portauppo di Facebook che riguarda il mio paese d’origine, Medicina, nell’hinterland bolognese. Da alcune settimane una signora si ostina a pubblicare foto che documentano il caos accanto ai nuovi bidoni della spazzatura che hanno collocato in paese. I nuovi bidoni hanno un marchingegno particolare per l’inserimento del sacchetto dei rifiuti, con tanto di istruzioni appiccicate sul bidone stesso, ma immancabilmente vengono lasciati sacchetti in terra all’esterno dei bidoni, creando molto disagio nella signora in questione (e negli altri abitanti che commentano). Guardando le fotografie, mi sono resa conto che io sarei una delle persone che lasciano i sacchetti in terra, perché i nuovi bidoni sono totalmente inaccessibili a una persona con difficoltà motorie e con poca forza nelle braccia. Ma quali bidoni sono veramente accessibili? O forse il tema dei rifiuti non tocca i disabili? Ah no, certo… dimenticavo… i disabili – per i più – hanno SEMPRE un tuttofare che esegue le azioni al posto loro. Il fatto è che nella categoria disabilità rientrano tantissime tipologie di persone, alcune non in carrozzina, e altre – pur se in carrozzina – con capacità autonome elevate. Ma l’autonomia davanti ai bidoni della spazzatura finisce. O sono troppo alti, o sono collocati sopra un gradino, o non hanno il “pedale” per aprirli, o hanno il pedale ed è troppo duro, o hanno il pedale morbido ma il cittadino non riesce a pigiare sul pedale e contemporaneamente alzare il sacchetto per buttarlo, o… o… o…
Di recente poi è subentrata in molti Comuni la raccolta differenziata porta a porta, quindi obbligatoria. Fermo restando che la raccolta differenziata è una buonissima prassi che tutti dovremmo mettere in pratica, per chi ha delle difficoltà è però una prassi faticosa. Nel paese dove vivo ora il Comune mi ha “regalato” tre bidoni di plastica (uno marrone per l’umido, uno blu per la carta e uno grigio per l’indifferenziato) e due confezioni di sacchi (per plastica e erbacce). A giorni diversi passano gli addetti a ritirare i vari prodotti. La sera prima il cittadino deve mettere i vari prodotti fuori casa. Il mio problema è questo: i bidoni di plastica per me sono pesanti anche da vuoti! Lo so che sono leggeri, ma per me no. Quindi il mercoledì sera ad esempio, quando arrivo a casa dal lavoro, e so che il giorno dopo passano a ritirare l’indifferenziata, devo entrare in casa, prendere il bidone grigio e portarlo fuori, ritornare in casa e prendere la spazzatura e portarla fuori e collocarla dentro il bidone grigio. Il giorno dopo riportare il bidone grigio in casa. Tutto questo per i vari bidoni, con una nota a parte per quello della carta, che è più faticoso ancora: sì perché per la carta non vogliono che si usino sacchetti, vogliono che la carta venga collocata direttamente dentro il bidone blu e poi il bidone blu portato fuori. Lo sapete quanto pesa la carta quando si accumula?? Per me è impossibile tale operazione, per cui devo portare fuori il bidone blu, tornare in casa e prendere un po’ di carta e metterla dentro un sacchetto, portare fuori il sacchetto e svuotarlo nel bidone blu, tornare in casa e ripetere la procedura se la carta è tanta. La plastica è leggera, ma ogni volta si crea un sacchettone degno di Babbo Natale e quindi anche se è leggera uscire di casa con un saccone così voluminoso e con poco equilibrio fisico ve lo raccomando… Non c’è nessuno che mi aiuta? Certo che ho chi mi aiuta. Una signora del mio paese viene da anni un giorno a settimana a casa mia a fare i lavori più gravosi, tipo lavare i vetri e le lenzuola, pulire i pavimenti, ecc. Prima della raccolta differenziata porta a porta la signora veniva, radunava la spazzatura in un sacco unico (lo so… non facevo l’indifferenziata…) e quando se ne andava buttava tutto nel bidone generico. Ora i bidoni non ci sono più in paese, l’unico modo per gestire i rifiuti è quello descritto sopra. Ora… non è che posso chiamare questa signora anche il martedì sera (scusi può venire cinque minuti a portare fuori la carta che domattina passano?) e il mercoledì sera, e il venerdì sera, ecc. Discorso a parte per il vetro, che dobbiamo continuare a portare a mano nelle campane verdi, e che la signora mi butta ogni volta che lascia casa mia.
Lo so che non sono mai stata una buona cittadina in tema rifiuti/riciclo/eco sostenibilità, ma non è menefreghismo sui temi ambientali, è impossibilità. E ora che sono obbligata da un sistema che non ha tenuto conto delle difficoltà, ora che ho sperimentato che la mia fatica fisica è eccessiva, spesso utilizzo la giornata della indifferenziata per buttare tutto, almeno faccio tutti quei giri una sola sera a settimana. Di nuovo una cattiva cittadina, ma di nuovo l’impossibilità.

Avere un gioco “diverso”: dal Cicciobello “negro” alla Barbie “cicciona”

36-cicciobello negroCresce l’interesse verso i giocattoli che rappresentino anche il mondo della disabilità. Ad esempio un pupazzetto Playmobil in carrozzina. Ci sono già state in passato la Barbie disabile e la bambola Down ma erano episodi sporadici e con poco successo di pubblico. In questo ultimo anno si riprova a portare nel gioco la diversità: è di oggi la notizia che la famigerata Barbie uscirà anche in versione bassa e curvy, cioè cicciottella. Le idee di fondo possono essere tre: 1) chi gioca può trovare nel giocattolo un corrispettivo di se stesso, quindi il bambino/la bambina disabile possono trovare un bambolotto “come loro” e le bambine basse e grassotte possono vedersi rappresentate in mezzo alla bellezza da fotomodella; 2) i giochi verranno a rappresentare la società così come è realmente, quindi le donne non sono tutte fighe come la Barbie di un tempo, i mariti non sono tutti biondi con gli occhi azzurri, ci possono essere persone di nazionalità e colori diversi, ci sono persone di tutte le forme e altezze, ci sono anche i disabili; 3) chi gioca impara ad accettare la diversità. Tutto molto bello insomma. Un grande politically correct che parte dall’asilo, e la fine dell’anoressia o della non accettazione della disabilità o del razzismo perché si capirà fin da piccoli che esistiamo tutti in modo differente e legittimo.
Vi dirò… tutto questo mi lascia perplessa. Sarà che la cosa bella della Barbie ad esempio era proprio quella che bastava metterle addosso uno straccetto qualunque e lei stava bene. Aveva vestiti meravigliosi, e qualunque le comprassi, firmato Barbie, le stava bene. Con le scarpe idem. Era un mondo a parte quello di Barbie, fatto di case e accessori tutti rosa; non ho mai pensato – almeno io – che potesse lontanamente somigliare alla realtà e quindi non ho mai desiderato essere come Barbie. Non ero triste di non essere alta, magra, con i capelli cotonati, non speravo di diventare una Barbie da grande. Perché Barbie per me non era vera. E aveva il sedere troppo piatto! Se giocassi ora, magari qualche parente mi regalerebbe la Barbie curvy! Dai… diciamolo: voi la vorreste? E’ bella la Barbie grassottella? Non sto dicendo che non può essere bella una donna vera verissima con dei chili in più. Ma la Barbie è bella perché è Barbie! E poi magari tutte le mie amiche avrebbero la Barbie gnocca. E mi prenderebbero in giro perché sono la bambina sfigata che ha avuto il regalo brutto. E la bambina costretta – dentro ai negozi di giocattoli – a trovare la taglia giusta per la mia Barbie: cioè mica le posso comprare più qualunque vestito firmato Barbie! Eh no, non le sta più bene niente, deve portare gli abiti diversi, sempre di Barbie, ma del reparto taglie forti.
Quando avevo sei anni volevo tantissimo il Cicciobello, ma costava troppo per la mia famiglia e quindi dissero a una signora più “ricca” che mi voleva particolarmente bene che se voleva farmi un regalo la scelta migliore era un Cicciobello. Questa signora, che ci teneva che io crescessi con determinati valori di rispetto della diversità, mi regalò il Cicciobello nero, anzi no, negro, “l’angelo negro” diceva la scatola. Ci rimasi malissimo, non perché volevo il Cicciobello biondo (a me i colori biondo/occhi azzurri non sono mai piaciuti), ma perché il Cicciobello biondo rappresentava la normalità e aveva un vestito troppo carino che poteva essere riciclato anche su altri bambolotti, mentre quello nero aveva una specie di mantella da barbiere addosso, legata dietro, senza scarpe, senza cuffietta, insomma un bambolotto discriminato anche nel vestire rispetto al bimbo bello perfetto e biondo. Vivevo già la mia di diversità, sapevo che ci avrei fatto i conti tutta la vita con la diversità, ero sempre in ospedale e i miei momenti di gioco erano diversi da quelli degli altri bambini: potevo almeno per quella mezzora in cui facevo finta di fare la mamma avere un “figlio” bello e normale e dimenticarmi di dover sempre fare i conti con la diversità? Almeno nel gioco? Eh no. Avevo un figlio nero che nessuno voleva. Le mie amiche, che in tutti gli altri giochi mi integravano, quando si giocava “al Cicciobello” mi discriminavano perché io avevo quello considerato brutto. Non era razzismo, né io né le mie amiche siamo diventate persone razziste da grandi. Era solo voglia di essere delle bambine.

Quando (NON) deludi le aspettative

nonnoromeoÈ stato mio nonno a insegnarmi a guidare. Avevo quattro anni, eravamo al mare, a Cattolica, e c’erano le piste per le macchinine. Mettevi delle monete dentro l’auto, spingevi un pedale e iniziavi a guidare lungo un circuito ovale. Mio nonno vide che ero incuriosita, a quell’epoca avevo da poco iniziato a camminare, ero lenta e goffa (cioè ero più lenta e goffa di ora), le macchinine mi sembravano andare velocissime, il famoso brivido della velocità. Mi convinse a provare: come sempre ero scettica, non mi fidavo degli altri e non mi fidavo di me. Ma il nonno era sempre ottimista: in realtà non era per niente sicuro che ce l’avrei fatta, ma era tranquillo perché sapeva che lui non ci sarebbe rimasto male se non ce l’avessi fatta. L’avrebbe preso come un dato di fatto e sarebbe finita lì: “oh senti ci abbiam provato ed è andata male. Questa cosa proprio non riesci a farla, pazienza. Ne farai delle altre, oppure farai le cose alla tua maniera, con il tuo modo e con i tuoi tempi”. Così mi insegnava anche a non rimanerci male quando non riuscivo a fare ciò che facevano gli altri bambini.
Provammo la pista, chiese di entrare con me (agli altri genitori o parenti era vietato l’ingresso), agguantò la macchinina con le sue manone salde e mi stette dietro per alcuni minuti, giusto per farmi vedere come svoltare nel circuito e poi mi lasciò, e da fuori pista iniziò a “stimarsi” con tutti: “quella che guida così bene è mia nipote!!”. Ero l’unica femmina in pista ma soprattutto era vero: guidavo proprio bene, ero nata per guidare. Quando a 18 anni salii sulla mia prima auto vera verissima – la mia insuperabile Y10 verde bottiglia – l’istruttore aveva tremila paranoie ma io ero sicurissima, quelle manone del nonno me le sentivo dietro anche nel “sedere mozzo” della Y10 e sapevo di poter guidare senza problemi. Per una persona disabile come me, che non può prendere i mezzi pubblici, e che si sposta a piedi con difficoltà, conseguire la patente è stato l’evento più importante della mia vita.
Oggi mentre scrivo mio nonno è morto da 13 giorni, alla favolosa età di 103 anni. Favolosa perché è sempre stato piuttosto bene, a 98 anni andava ancora in bicicletta a prendere le pizze.
Mi sono resa conto che è morta l’unica persona che mi ha amata davvero in maniera incondizionata, un po’ come il mio cane. Magari il paragone è stupido, ma io per il mio cane non faccio praticamente nulla eppure lui mi ama semplicemente perché esisto e ama molto di più me che mio padre (che gli dà da mangiare) e mi difende sempre e darebbe la vita per me. Mio nonno lo vedo un po’ così. Mi ha amata fin da subito semplicemente perché ero sua nipote. E questo aspetto è quello che ha fatto la differenza coi miei genitori, che sicuramente mi hanno voluto bene, mia madre sicuramente tanto, ma i miei genitori avevano anche delle aspettative (come tutti i genitori) che sono state deluse (come tutti i genitori di disabili). I miei genitori, quando non riuscivo a fare una cosa, ci rimanevano male per se stessi, e non per me pensando al mio futuro. Mio nonno invece ci rimaneva male per me, perché si preoccupava per la vita che avrei fatto da grande, ma a lui non importava se riuscivo o no: il fatto di riuscirci o no non lo faceva sentire meno nonno, o nonno di una disabile, era sempre un nonno come qualunque altro nonno di una nipote sana.
L’unico aspetto sul quale avrei potuto deludere mio nonno è se avessi dimostrato di non sapermela cavare da sola nelle situazioni: ma mi aveva insegnato bene e trovavo sempre una soluzione.
Oggi guido da sola per tutta Europa per settimane, e “faccio l’autista” in estate per tutte le vacanze con amici. Quando scendo dall’auto sono molto più disabile di quando guido, ma non mi spavento. Forse sono incosciente o forse è la forza che mi hanno sempre trasmesso quelle manone e che ormai è mia.

Non esiste l’ingrediente segreto: il panda e la diversità

KungFuPandaLeggo oggi che è pronto “Kung Fu Panda 3” (qui il trailer). Beh… io adoro il panda Po! E’ uno di quei personaggi che vorrei fosse mio amico, anche se inventato. Ma c’è di più: c’è una frase nelle due precedenti versioni che mi fa pensare ai temi che tratto quotidianamente, la disabilità e la diversità. La frase è: “non esiste l’ingrediente segreto”. Il panda Po all’inizio è in qualche modo il prescelto per diventare il guerriero Dragone, per cui nonostante la sua diversità così prorompente (un “ciccione” che pratica uno sport notoriamente per magri e agili) riesce nell’impresa, è l’eroe voluto dal destino; della serie: anche se sono goffo ce la faccio comunque perché è il mio destino. Fin qui è l’eroe per eccellenza, come in tanti noti film dove esiste un prescelto. Ma come guerriero Dragone il panda riceve una pergamena dove dovrebbe esserci scritto il segreto per essere un vero guerriero, invincibile. Bene, la pergamena è vuota, bianca, non c’è scritto niente. All’inizio sembra una presa in giro per un essere così buffo. Invece pian piano si capisce il “trucco”. Non esiste il segreto. La pergamena è vuota apposta. Non ci sono magie per essere invincibili, basta crederci. Basta credere in se stessi, nelle proprie capacità anche quando queste capacità si devono scontrare con limiti fisici evidenti. La questione dell’ingrediente segreto ricorre anche nel capito 2 della saga. Il panda sta cucinando per i suoi colleghi e amici di kung fu, e sta cucinando una zuppa seguendo la ricetta di suo padre. Gli amici si complimentano per la bontà, ma il panda non è soddisfatto, dice che manca un ingrediente segreto che conosce e usa solo suo padre, e che solo suo padre è in grado di cucinare la zuppa perfetta. Si scoprirà che non esiste l’ingrediente segreto, che suo padre se l’era inventato, che la zuppa viene cucinata in maniera semplice senza aggiunte magiche e che la zuppa che cucina il panda è esattamente buona come quella del padre. Ma Po pensava che quella del padre come sapore fosse migliore. Torna quindi il tema della fiducia, di crederci. La zuppa di Po non era peggiore, era uguale. Eppure lui pensava di essere inferiore.
Il tema della fiducia per chi è a contatto con la disabilità è fondamentale. Bisogna credere anche nelle piccole capacità residue che una persona possiede, bisogna accettarsi come si è e agire per come si è. Occorre, inoltre, un contesto di fiducia in cui crescere. E il panda cresce adottato da un’oca, ma un’oca che non lo fa sentire diverso dalla sua razza, un’oca che lo integra, lo accetta e gli vuole bene per come è, e crede in lui. Un genitore, quindi, che mette il figlio nella condizione di autodeterminarsi, di scegliere chi e cosa essere, in base al suo fisico, a ciò che sa fare e a quello che non sa fare.
Anche gli altri personaggi di contorno mi fanno pensare alla diversità. Nella scuola di kung fu di Po ci sono animali di tutti i tipi che praticano quella disciplina: la tigre, il leopardo delle nevi, la mantide religiosa, la vipera, la gru, la tartaruga e il panda rosso. Ognuno di loro ha trovato un suo modo di praticare il kung fu. Ognuno di loro ha sviluppato la propria creatività per adattare le mosse del kung fu alla propria predisposizione genetica. E anche questo è uno dei miei temi ricorrenti. La capacità di inventarsi delle soluzioni per superare le difficoltà, con un modo proprio, cucito addosso a se stessi, usando degli adattamenti oppure adattando quello che c’è. La questione non è superare i propri limiti a tutti costi, ma accettare questi limiti, conviverci e riuscire a sfruttarli con un po’ di creatività. Perché l’ingrediente segreto siamo noi stessi.