Avere un gioco “diverso”: dal Cicciobello “negro” alla Barbie “cicciona”

36-cicciobello negroCresce l’interesse verso i giocattoli che rappresentino anche il mondo della disabilità. Ad esempio un pupazzetto Playmobil in carrozzina. Ci sono già state in passato la Barbie disabile e la bambola Down ma erano episodi sporadici e con poco successo di pubblico. In questo ultimo anno si riprova a portare nel gioco la diversità: è di oggi la notizia che la famigerata Barbie uscirà anche in versione bassa e curvy, cioè cicciottella. Le idee di fondo possono essere tre: 1) chi gioca può trovare nel giocattolo un corrispettivo di se stesso, quindi il bambino/la bambina disabile possono trovare un bambolotto “come loro” e le bambine basse e grassotte possono vedersi rappresentate in mezzo alla bellezza da fotomodella; 2) i giochi verranno a rappresentare la società così come è realmente, quindi le donne non sono tutte fighe come la Barbie di un tempo, i mariti non sono tutti biondi con gli occhi azzurri, ci possono essere persone di nazionalità e colori diversi, ci sono persone di tutte le forme e altezze, ci sono anche i disabili; 3) chi gioca impara ad accettare la diversità. Tutto molto bello insomma. Un grande politically correct che parte dall’asilo, e la fine dell’anoressia o della non accettazione della disabilità o del razzismo perché si capirà fin da piccoli che esistiamo tutti in modo differente e legittimo.
Vi dirò… tutto questo mi lascia perplessa. Sarà che la cosa bella della Barbie ad esempio era proprio quella che bastava metterle addosso uno straccetto qualunque e lei stava bene. Aveva vestiti meravigliosi, e qualunque le comprassi, firmato Barbie, le stava bene. Con le scarpe idem. Era un mondo a parte quello di Barbie, fatto di case e accessori tutti rosa; non ho mai pensato – almeno io – che potesse lontanamente somigliare alla realtà e quindi non ho mai desiderato essere come Barbie. Non ero triste di non essere alta, magra, con i capelli cotonati, non speravo di diventare una Barbie da grande. Perché Barbie per me non era vera. E aveva il sedere troppo piatto! Se giocassi ora, magari qualche parente mi regalerebbe la Barbie curvy! Dai… diciamolo: voi la vorreste? E’ bella la Barbie grassottella? Non sto dicendo che non può essere bella una donna vera verissima con dei chili in più. Ma la Barbie è bella perché è Barbie! E poi magari tutte le mie amiche avrebbero la Barbie gnocca. E mi prenderebbero in giro perché sono la bambina sfigata che ha avuto il regalo brutto. E la bambina costretta – dentro ai negozi di giocattoli – a trovare la taglia giusta per la mia Barbie: cioè mica le posso comprare più qualunque vestito firmato Barbie! Eh no, non le sta più bene niente, deve portare gli abiti diversi, sempre di Barbie, ma del reparto taglie forti.
Quando avevo sei anni volevo tantissimo il Cicciobello, ma costava troppo per la mia famiglia e quindi dissero a una signora più “ricca” che mi voleva particolarmente bene che se voleva farmi un regalo la scelta migliore era un Cicciobello. Questa signora, che ci teneva che io crescessi con determinati valori di rispetto della diversità, mi regalò il Cicciobello nero, anzi no, negro, “l’angelo negro” diceva la scatola. Ci rimasi malissimo, non perché volevo il Cicciobello biondo (a me i colori biondo/occhi azzurri non sono mai piaciuti), ma perché il Cicciobello biondo rappresentava la normalità e aveva un vestito troppo carino che poteva essere riciclato anche su altri bambolotti, mentre quello nero aveva una specie di mantella da barbiere addosso, legata dietro, senza scarpe, senza cuffietta, insomma un bambolotto discriminato anche nel vestire rispetto al bimbo bello perfetto e biondo. Vivevo già la mia di diversità, sapevo che ci avrei fatto i conti tutta la vita con la diversità, ero sempre in ospedale e i miei momenti di gioco erano diversi da quelli degli altri bambini: potevo almeno per quella mezzora in cui facevo finta di fare la mamma avere un “figlio” bello e normale e dimenticarmi di dover sempre fare i conti con la diversità? Almeno nel gioco? Eh no. Avevo un figlio nero che nessuno voleva. Le mie amiche, che in tutti gli altri giochi mi integravano, quando si giocava “al Cicciobello” mi discriminavano perché io avevo quello considerato brutto. Non era razzismo, né io né le mie amiche siamo diventate persone razziste da grandi. Era solo voglia di essere delle bambine.

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